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Andrea Pozzoli
L'autore di Livingston, ci racconta il percorso che ha portato alla nascita dello spettacolo e il suo incontro con i Kataklò

Andrea Pozzoli, compositore, produttore, arrangiatore, da tempi impegnato in lavori di ricerca sulla musica etnica italiana ed Africana è l'autore di Livingston, il nuovo spettacolo dei Kataklò. A lui la parola.

Andrea Pozzoli

Come nasce uno spettacolo come Livingston?
«Sono rimasto molto colpito dalla morte di Patrick de Gayardon e da lì ho cominciato a pensare a situazioni che potevano richiamare tutti i suoi tentativi di volo e l'allontanarsi da tutto ciò che era tecnologico con la voglia di ricercare la possibilità naturale di volare dell'uomo. Questo è stato l'imput iniziale; prima di comporre la musica mi sono documentato moltissimo su tutto quello che era la mitologia del volo e del volo umano. Icaro e gli angeli, tutto quello che riconduceva l'uomo al volo. Secondo me, semplicemente, è come recuperare un dono che prima l'uomo aveva e non era solo un'aspirazione».


Prima della musica si è ispirato a dei testi?
«Mi sono ispirato al "Gabbiano" di Bach perché univa e concentrava molte delle cose che avevo letto, mi sembrava un buono spunto».


... e poi l'ha affiancato al testo di Aristofane...
«Aristofane è stata quasi una combinazione, io ho fatto il liceo classico e lettere all'università per cui avevo delle reminiscenze. Sono andato a rileggere "Gli uccelli" di Aristofane perché volevo capire, è un testo particolare perché in realtà è una satira politica e non ha quasi niente di drammatico; leggendomi è balzata agli occhi questa frase che è citata all'inizio dello spettacolo, una frase illuminante: "Noi siamo creature infelici perché non pensiamo come gli uccelli che stanno in alto" molto simbolica rispetto anche all'evoluzione dell'uomo attraverso la tecnologia.
In realtà questo ci rende estremamente tristi perché siamo schiavi e oltre a questo non abbiamo nulla. Rischio di essere retorico però basta guardare i ragazzini che non riescono a giocare se non hanno il video gioco di ultima generazione. Ho trovato in questa frase una specie di premonizione che poi sarebbe stata la linea direttrice dello spettacolo, cavalcando questi due binari paralleli: da una parte un richiamo al libro di Bach e a tutto quello che è la cultura del volo dal punto di vista dell'anima, dello spirito, della voglia di evolversi e dall'altra parte queste comunicazioni radio tra aerei, il costante confronto con quello che in realtà non c'è sul palco.
Queste comunicazioni radio ad un certo punto sembrano quasi una forma di canto. All'università ho studiato fonetica sperimentale e avevo lavorato molto sul linguaggio che avevano costruito apposta per comunicare tra aerei, per evitare i fraintendimenti, e questo mi sembrava un modo per usarlo, da una parte i flauti e tutti gli strumenti classici per lavorare sull'aspetto umano e dall'altra parte usare queste comunicazioni come se fossero il canto della tecnologia moderna».


Evidente il carattere «selvaggio», «tribale», «animale» della musica. Da cosa nasce?
«Dalla voglia da parte di tutti di non essere didascalici in nulla,  di non andare a battere tutti i territori che già erano stati calpestati quando si parla del volo, dalla new age alla classica. Per cui ho lavorato molto sulle culture tribali delle popolazioni che erano vicine al volo, con molta musica etnica africana; ho studiato molto la cultura degli zulù che proprio in africano vuol dire "popolo del cielo"; da lì mi sono mosso cercando di unire il "moderno" con il "tribale", l'uso dell'elettronica, un certo tipo di scrittura orchestrale che va a servizio di quello che è l'aspetto più selvatico e più istintivo».


In che momento arrivano i Kataklò? E perché arrivano i Kataklò?
«Per una combinazione. Avevo visto il loro ultimo spettacolo e avevo fatto i complimenti per il lavoro, poi loro mi hanno spiegato che tutto il lavoro era "l'evoluzione dell'uomo attraverso la scalata della montagna": un evoluzione spirituale fino all¹arrivo alla cima, e io ho pensato che questo fosse quasi un segno: raggiunta la cima l¹uomo cosa fa? O torna indietro o spicca il volo! Il loro tipo di lavoro sulla gestualità e sulla fisicità mi interessava tantissimo, io cercavo un gruppo di persone che lavorassero in modo non didascalico e scontato ma che trovassero una via veramente diversa per rappresentare il movimento. È stato, il nostro, un lavoro aperto fino
all'ultimo: potevamo sperimentare, un lavoro fatto a più mani ed è terminato nel momento in cui anche Giulia Staccioli, la coreofrafa, aveva definito tutto quello che c'era da definire. Non abbiamo lasciato niente al caso e abbiamo portato sul palco quello che esattamente volevamo. E questo è stato un grande sollievo per noi oltre che un grosso salto per Giulia, dovendo sposare la musica di un compositore con le loro precedenti abitudini, per poi affidarsi ad una storia che avesse un senso e che non fosse semplicemente composta da quadri in movimento».


Passaggio fondamentale quest'ultimo!...
«Si! Io ho conosciuto Giulia esattamente in un momento in cui lei cercava una svolta, una nuova direzione; ci siamo trovati nel momento giusto! Persone giuste al momento giusto!»

Intervista di Davide Garattini
 
In collaborazione con la rivista Muiscal! La Rivista
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