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Giulia Staccioli
La coreografa di Livingtson, ci parla della sua ispirazione per lo spettacolo: Lo spirito del volo

Giulia Staccioli è la coreografa e fondatrice dei Kataklò. Ci racconta qui di seguito il suo lavoro con l'ultimo spettacolo del gruppo.


Giulia Staccioli

Cosa vuol dire creare delle coreografie partendo da un testo scritto?
«Un libro al quale il compositore delle musiche si è ispirato e ha tratto spunto. Quindi in verità partivo da due cose importantissime, dalla drammaturgia e dallo sviluppo della storia e dalle musiche; per cui, al di là di tutto e dei significati, io avevo due tracce importantissime da seguire a differenza degli altri nostri lavori. Se all'inizio mi sembrava un vincolo, alla fine non è stato così, è stato un appoggio straordinario; tutto quello che potevano essere idee a livello coreografico e di movimento avevo la possibilità di andarle ad inserire e sviluppare nei momenti più adatti. È stato straordinario vedere i ballerini  improvvisare su musiche ancora non approfondite in modo libero, per poi fare delle cernite e sviluppare con gesto più preciso il gesto. Comunque si richiedeva anche una certa espressività e drammatizzazione dei personaggi; a mano a mano i tasselli si sono sistemati e messi assieme, e il lavoro si sviluppava: dai gesti crudi e duri dell'inizio, perché la storia è così, si sviluppavano gesti più liberi, poetici ed eterei, è stato un percorso importante che alla fine viene espresso nello spettacolo».


Quanto nasce dalle tue idee e quanto dall'improvvisazione del gruppo?
«È difficile trovare la linea di demarcazione tra i due; io parto da un'immagine che ho in testa e la esprimo ai ballerini; poi metto la musica e lascio fare a loro e da quello che fanno su stimoli e indicazioni man mano il movimento si sviluppa. Io non arrivo mai a dire, soprattutto all'inizio, cosa devono fare; devono essere cose che nascono da loro; sta di fatto, poi, che il movimento ricostruisce esattamente l¹immagine che ho in testa, per cui loro sono di assoluta importanza per la realizzazione dell'immagine e dall'altra parte i miei stimoli e le mie direttive portano loro a fare quei determinati gesti, anche se a volte si va anche oltre».


Da fuori è evidente la forza del gruppo, questa è reale in tutte le fasi, dall'ideazione alla realizzazione?
«Sì! È un lavoro di grande sinergia: come dire il musicista e lo strumento, l'orchestra e il direttore, tutti sono elementi fondamentali per il risultato finale, è importante quando crei una coreografia rendere protagonisti assoluti e partecipi gli esecutori, perché devono sentirsela sulla pelle. Dopo un lavoro iniziale che nasce di getto, in modo quasi istintivo, deve seguire per forza un lavoro di grande cesello proprio per andare a rendere il gesto più sintetico e chiaro, più pulito e più vicino al messaggio che si vuole far passare. Faccio un esempio: il pezzo di Alaspezzata/Irene Germini, l'unico pezzo fatto a terra, di cui lei è una grande interprete; sotto l¹aspetto creativo, le sono state date da me delle informazioni e dei suggerimenti, alla fine il gioco delle gambe legate e il sentirsi vincolata sono cose che nate da lei;  poi le abbiamo sviluppate insieme, lavorando sul dettaglio».


Quali erano le immagini iniziali che avevi in testa?
«Nel momento in cui mi è stato proposto questo progetto da Andrea Pozzoli sapevo chiaramente cosa non volevo, la finzione del volo, per cui la prima cosa che ho detto è stata "lasciami pensare ad un qualcosa che non sia un volo finto ma un volo vero!" uno spirito di volo, una sensazione di volo e non un'imbragatura che ti porta in giro!  Andrea era concorde. ci siamo dati dei vincoli che, lavorandoci, sono diventati strumenti in più, come il non toccare quasi per nulla il pavimento con i piedi o stare in situazioni precarie, appesi. Come primo stimolo i ballerini devono stare in mezzo al volume scenico e riempirlo, con l'idea di avere una pseudo divisione tra una parte fissa e una più libera».


Quanta preparazione c'è dietro?
«Tutti hanno un preparazione di base straordinaria, per uno spettacolo del genere ce ne è voluta tantissima, tantissimo lavoro fisico! Ci vuole anche tanta concentrazione mentale, perché comunque ci si trova sempre in condizioni precarie, in ogni momento, l'attenzione è sempre al massimo perché i rischi ci sono! E l'unico modo è provare tanto!»


Nel futuro? Questo spettacolo vi ha cambiato molto mostrandovi un nuovo modo di lavorare?
«Credo che questo sia un grande passo fatto da tutti, abbiamo creduto nelle sue potenzialità, ora metabolizziamo questo cambiamento poi si vedrà. In concreto ci sono le Olimpiadi, con la ceriminia di inaugurazione, che dopo questa esperienza avrà dei cambiamenti rispetto alle idee iniziali... ora abbiamo visto che siamo in grado anche di raccontare qualcosa, chissà dove questo ci porterà!».


Intervista di Davide Garattini
 
In collaborazione con la rivista Muiscal! La Rivista
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